GARGIULONA (Campania) – La pesca al lamellibranchio infimus

Gargiulona è un porto della costa napoletana i cui abitanti da tempo immemorabile sono dediti alla pesca del lamellibranchio infimus, una specie rara di piccolissimo crostaceo reperibile solamente a ridosso delle spiagge pietrose del posto e che è ricercatissimo per la sua squisitezza; la pesca di quest’animale è però ardua e difficile, anche perché per mantenere il proprio delizioso sapore la bestiola va mangiata cruda, mentre ancora sta muovendosi nell’acqua marina.

Per questo motivo i pescatori di Gargiulona hanno nel tempo consolidato un sistema di pesca più unico che raro: essi stanno a galleggiare a pancia in giù per ore in appostamento nelle acque vicino alla riva, con la testa sotto il pelo dell’acqua e tenendo fra le labbra una lunga cannuccia, in attesa del passaggio del gustoso crostaceo; quando questo appare, si avvicinano con estrema lentezza al malcapitato animale e quanto questo è abbastanza vicino all’estremità della cannuccia, con un solo risucchio forte e deciso aspirano la preda fino alla bocca dove viene consumato questo boccone tanto frugale quanto squisito.

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Come si capisce, questo è un tipo di pesca alquanto faticoso e snervante; il fatto poi di dover tenere per ore la testa sott’acqua e di non poter respirare tramite un tubo respiratore (la bocca è infatti impegnata a tenere pronta la cannuccia con cui catturare il lamellibranchio) ha fatto sì che gli abitanti di questa costa, generazione di pescatori dopo generazione di pescatori, abbiano sviluppato una anomalia respiratoria che in termini medici viene chiamata “forma inspiratoria tramite passaggio rettal-gastro-laringeo” mediante la quale l’aria viene inspirata dallo sfintere dell’ano (nella posizione di pesca dei rivieraschi infatti il deretano rimane quasi sempre fuori dell’acqua), da qui passa nel budello, risale per l’esofago, arriva alla trachea ed infine raggiunge i polmoni per poi venire regolarmente espirata dal naso o dalla bocca.

Oltre a questa singolare pesca, ricordiamo che nell’entroterra paese di Gargiulona sorge la più antica e grande fabbrica italiana di caramelle alla menta.

FIENIL DEL BANCO (Emilia Romagna) - I nonni della nebbia

Tutta la zona di Fienil del Banco, tra Rovigo e Ferrara, è praticamente una palude stagnante caratterizzata dalla presenza costante di folti banchi di nebbia che riducono la visibilità praticamente a zero.

Gli abitanti di questi luoghi -chissà da quali tempi lontani- hanno sviluppato un particolare adattamento ambientale individuabile anche a livello somatico: se osservate anche solo di sfuggita la conformazione del loro viso, noterete facilmente quelle i tratti caratteristici di questa popolazione costretta a vivere in mezzo giorno e notte, estate e inverno, in mezzo alle più tenaci e persistenti nebbie del pianeta: le orecchie sono sproporzionate, enormi per poter captare anche il minimo suono; anche il naso è ipersviluppato, dalla larghe narici per potenziare l’olfatto ipersviluppato e dalle grosse vene rosse che non si sa bene a cosa servono ma che tutti da questa parti hanno; gli occhi di colore giallo vivo, costantemente spalancati –mai il minimo battito di palpebra!- in uno sguardo che nella zona chiamano “abajo” oppure “anabajo” a seconda che siano rivolti verso l’alto o verso il basso.

Ma se gli abitanti del posto hanno imparato tutto sommato a sopravvivere in quelle tristi condizioni, per il malcapitato forestiero che deve recarsi in questo o quel paese, dal momento che la nebbia rende inutile l’uso di qualsiasi segnalazione visiva e che le vie che collegano i vari paesi sono praticamente degli argini che si intersecano fra loro ad angolo retto, la situazione non è certamente piacevole.

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Le amministrazioni locali pensarono così di risolvere il problema affidando il controllo delle strade -come d’altronde capita in varie città italiane- a nonni-vigili che in quesito modo da una parte riescono ad integrare la loro talvolta piccola pensione, dall’altra possono rendersi ancora utili alla comunità.

La cosa funziona in questo modo: i nonni vengono portati agli incroci tra i vari argini e fatti sedere su una sedia di paglia ad uno degli angoli dell’incrocio, muniti di una trombetta a pera e di un fiasco di vino rosso; dopodiché gli anziani se ne stanno seduti ore e ore in mezzo alla nebbia, dando fondo al fiasco e suonando ogni tanto la trombetta, tanto per vedere se c’è qualche altro nonno a qualche altro incrocio (i nonni hanno un codice tutto loro per trasmettersi messaggi con la trombetta) per non sentirsi soli e magari per scambiare qualche chiacchiera –perlopiù terribili bestemmioni. Appena però sentono il rumore di una macchina che si avvicina, i nonni pronti suonano a intervalli regolari la trombetta per attirare l’attenzione dell’autista, mettono gli occhi in posizione “abajo” per farsi individuare e quando poi la macchina si ferma danno al guidatore le adeguate indicazioni sull’incrocio.

La cosa sembrava funzionare ma da un po’ di tempo i nonni, che non sono per niente contenti di rimanere ore e ore giorno e notte in mezzo alla nebbia per quattro soldi (i comuni della zona sono alquanto tirati), hanno incominciato a fornire indicazioni false agli automobilisti cosicché in mezzo alla nebbia ormai è tipica questa sequenza di suoni: rombo di motore; trombetta trombetta trombetta; voce vecchio che da’ indicazioni allo sventurato; nuovo rumore di motore; un grosso “pluf” della macchina che cade nella palude; bestemmie dell’autista; satanica risata del nonnetto cui rispondono lontane sopra le acque e gli argini, a catena come gli abbaiare nella notte, le risate solidali degli altri nonni-vigili di ronda nella nebbia.

SALAZZO (Piemonte) - Guglielmo il Calabraghe

Lungo la passeggiata sulle mura antiche ma ancora ben conservate di questo paese, si incontra alta e superba la statua in marmo di Guglielmo di Salazzo, condottiero e capitano di ventura detto il Calabraghe, che per lungo tempo, ai soldi del marchese di Salazzo, protesse la città dalle mire di conquista dei Savoia.

Va detto che il suo soprannome non deve assolutamente essere inteso in senso dispregiativo, anzi: gli venne infatti attribuito durante l’assedio di Salazzo da parte di Amedeo VI di Savoia, quando Guglielmo salì sulle mura per replicare all’ufficiale nemico che di sotto intimava la resa della città; il condottiero si calò la braghetta e, esibendo orgoglioso a due mani il proprio membro virile, le cui dimensioni erano valse al prode un altro soprannome, quello de l’Esagerato, disse al savoiardo: “Veh chi, dì a quel piciu dell’Amedeo che ci venga lui se ce ne ha uno d’uguale, e che ci porti anche la contessina sua sorella, che qua ce n’è per tutti”.

conte Louis de Buade

Secondo alcuni storici però l’episodio non ebbe mai luogo e il soprannome Calabraghe venne attribuito a Guglielmo in forza delle sue virtù e pratiche amorose; pare infatti che l’eroe di Salazzo nella sua vita non facesse altro che battagliare e fare l’amore, il più delle volte ambedue le cose in contemporanea, forte e deciso sia nelle tenzoni di campo che in quelle di letto.

Sia come sia, per queste sue doti la sua statua è oggetto di una particolare attenzione superstiziosa, come si può benissimo notare dall’erosione del marmo reso lucido da innumerevoli toccamenti proprio all’incrocio delle gambe, laddove il Calabraghe riponeva, pare appunto raramente, il proprio orgoglio.

nell’immagine: statua di Louis de Buade a Quebec City