Storia sociale della fotografia, di Ando Gilardi.
Fotografie: la realtà fissata sulla carta. Quante volte abbiamo pianto, ci siamo messi a ridere, ci siamo commossi, abbiamo insomma ricevuto un po’ di vita tramite una sola, semplice, fotografia? Un bel mucchio, eh?
Beh, questo capolavoro di un grande autore e maestro ci fa vedere un lato diverso della fotografia, va dentro la foto e ci insegna a capire cosa realmente sta dietro una fotografia, ci spiega non solo come viene fatta una certa fotografia ma anche perchè viene fatta, quali sono le motivazioni che ci stanno dietro e il reale scopo del fotografo.
Testi e immagini (a centinaia, tutte scelte con cura -e ci mancherebbe altro: Gilardi è anche il fondatore della Fototeca storica nazionale!) si accompagnano e ci accompagnano per mano in un viaggio in cui arriveremo a capire un po’ -anzi, un bel po’ di più!- a proposito di una cosa su cui noi pensiamo di sapere già tutto, o almeno buona parte: quante riviste di fotografia ci sono in giro? Quanti critici, quante mostre, quante rassegne?
Intendiamoci: questo non è assolutamente un libro per addetti ai lavori: personalmente io so a malapena cos’è un obiettivo, temini come “reflex” da sempre si scontrano con la mia ignoranza sull’argomento e le mie macchine fotografiche sono sempre state scelte sulla base che fossero a prova di asino, e cioè che le sapessi usare anch’io; azzarderei che fotografi ed altri addetti ai lavori forse potrebbero rimanere un po’ imbarazzati dalla lettura del libro, ma farebbe un gran bene a loro prima e a tutti noi di conseguenza.
Ecco, vieterei invece la lettura di questo libro a saccentoni, biliosi, fessi tristi, critici seriosi e/o professoroni con la puzza al naso, non tanto perchè farebbe loro del male, quanto perchè sarebbe tempo perso: per capire quanto l’autore ci insegna è necessaria quella “complicità intellettuale” di cui parlava Gilardi tempo addietro, quando dirigeva “Phototoeca”, una delle riviste cult degli anni ‘80, in occasione di una denuncia dovuta al fatto che uno dei numeri abbondava di tette, culi e altre amenità: chi fece la denuncia non riusciva a capire lo scopo di quelle esposizioni (probabilmente non aveva neanche provato a leggere il testo degli articoli …) e per quello Gilardi disse che per capire la rivista era necessaria appunto una certa “complicità intellettuale”.
Mi piace ricordare che in quell’occasione, consigliato dal suo avvocato a mettere sulla copertina della rivista la dicitura “Per adulti” fece uscire il numero successivo con la dicitura “Per adulti colti“, scritta in italiano e greco antico.
Tornando al libro, ok, il prezzo è un po’ impegnativo ma ne vale la pena: quello che si impara da questo libro va oltre la fotografia, ci molla sul sedereun bel calcio ben assestato che, agendo dal basso verso l’alto, ci fa cadere qualcuna delle tante fette di salame che ci teniamo sugli occhi…
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